Antonio Maria Mira domenica 8 dicembre 2019
In un memoriale inviato ai magistrati aveva scritto che «erano imminenti degli attentati». Ma fu accusato di aver costruito false prove contro gli estremisti neri, subì un lungo processo e fu sospeso

I primi momenti dopo lo scoppio della bomba, con i carabinieri e un gruppo di persone davanti alla Banca di piazza Fontana

I primi momenti dopo lo scoppio della bomba, con i carabinieri e un gruppo di persone davanti alla Banca di piazza Fontana.

«Certo che voglio parlare. E molto volentieri. Sa, in ventisette anni nessuno è mai venuto a cercarmi. Lei è il primo giornalista che mi chiede un’intervista. Sono stato dimenticato da tutti. In primo luogo dai miei superiori». Era stupito e commosso Pasquale Juliano quando nel giugno 1996 gli telefonai per chiedergli un’intervista sulla sua inchiesta sui neofascisti Freda e Ventura e sul gruppo di Ordine nuovo veneto. Prima della strage di piazza Fontana.

Nel 1969 era commissario di Polizia a Padova. Grazie al suo grande fiuto da investigatore di razza, aveva capito che quegli uomini erano pericolosissimi. In un memoriale inviato ai magistrati aveva scritto che «erano imminenti degli attentati». «Avevo raccolto molte prove - mi disse in quell’intervista -, trovato depositi d’armi. Mi sarebbero bastati altri venti giorni e avrei chiuso l’indagine incastrando Freda e Ventura e mandandoli in galera. Ma quei venti giorni non li ho avuti». Parole dette con grande amarezza. Anche perché avrebbe potuto evitare i morti di piazza Fontana. «Non lo so - mi rispose onestamente -. Magari il progetto l’avrebbe portato avanti qualcun altro. O magari no. Ma mi pare evidente che stavo andando nella direzione giusta. E questo non andava bene».

La direzione giusta era quella imboccata poi dal giudice Guido Salvini, e che andava proprio a colpire gli ordinovisti veneti. Ma quando l’aveva imboccata Juliano era stato bloccato. Fu lui a finire sotto inchiesta, sospeso dalla funzione e dallo stipendio, accusato di aver 'perseguitato' i neri, di aver costruito prove false contro di loro. Venne trasferito a Ruvo di Puglia, in pratica a non fare nulla. Solo dopo dieci anni di processi arrivò l’assoluzione, ma ormai era troppo tardi. Nel 1980 si dimise dalla Polizia e tornò nella sua città, Matera, dimenticato da tutti. Ma non da quelli che nel 1969 stava per bloccare. «Ancora oggi – mi rivelò nella sua prima intervista – ricevo telefonate anonime con minacce e insulti». Per loro era un nemico. In realtà solo un onesto e efficiente poliziotto. Faceva solo il suo dovere, e lo faceva bene. Per qualcuno troppo. «E per questo finii sotto inchiesta - si sfogò amaramente -. Avevo già intuito che dietro Freda e Ventura ci doveva essere qualcun altro. Lo capii dalle protezioni che scattarono in loro difesa. Anche politiche. Italiane e straniere, come sta emergendo dall’inchiesta del dottor Salvini». Era ben informato Juliano, seguiva il lavoro del giudice milanese, che finalmente gli dava ragione. «È arrivato là dove stavo arrivando anche io. E io non avevo pentiti. Magari li avessi avuti. Avevo solo dei confidenti, ma a questi allora si credeva poco. Ma temo che anche Salvini non potrà arrivare fino in fondo», aggiunse però pessimisticamente. E mi spiegò ancora: «Il suo lavoro è encomiabile, ha scoperto molte cose. Ma non credo che gli permetteranno di arrivare a chi stava dietro Freda e Ventura, a chi tirava le fila. Ho paura che cerchino di bloccarlo come hanno fatto con me».

Dopo quell’intervista il giudice Salvini lo volle incontrare, dando atto del suo impegno. Un gesto importante per chi era stato «completamente dimenticato», tornando così nella sua città a fare l’avvocato di provincia. Con un unico desiderio che mi confessò con molta dignità. «Non voglio certo quel monumento che mi promise l’allora ministro dell’Interno Restivo. Non pretendo un riconoscimento, ma dopo tutti questi anni, qualcuno almeno potrebbe ricordarsi di me e dirmi: 'Juliano, ci scusi, lei aveva ragione'». Ci risentimmo altre volte. Era contento per l’intervista. Altri giornalisti lo avevano chiamato. Fu sentito formalmente anche in Procura a Milano, dove rievocò la sua inchiesta bloccata. Meno di due anni dopo, il 15 aprile 1998, morì ad appena 66 anni. E nessuno gli ha mai detto «Juliano, ci scusi, lei aveva ragione».