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 "Toglietevi la maglietta del cinema America, siete antifascisti!" Botte e testate: aggrediti 4 ventenni a Trastevere

L'attacco da parte di una decina di persone la scorsa notte. I ragazzi avevano trascorso la serata in piazza San Cosimato. Il più grave è ricoverato con una frattura al naso. Zingaretti: "Siamo tutti con loro, fermare lo squadrismo"

LEGGI L'ARTICOLO ALLA FONTE REPUBBLICA.IT

Riteniamo utile rendere disponibile questa intervista a Christophe Guilluy che rappresenta un punto di vista importante con il quale misurarsi. 

FONTE IL MANIFESTO 

di Guido Caldiron (da Il Manifesto del 26/5/19)

Intervista. Nel giorno del voto europeo, parla il sociologo francese Christophe Guilluy, autore del libro «La società non esiste» (Luiss University Press). «Nei miei lavori, ho introdotto la nozione di «insicurezza culturale» per dimostrare che, soprattutto in un ambiente popolare, non è tanto la relazione con l’«altro» che pone un problema quanto l’instabilità demografica che induce la paura di diventare minoranza e di perdere un capitale sociale e culturale cui si dà molta importanza»

Controverso protagonista del dibattito intellettuale e politico francese, dopo aver proposto, a partire da La France périphérique (Flammarion, 2015), la sua lettura della nuova geografia sociale dell’Occidente globalizzato, il sociologo Christophe Guilluy traccia in La società non esiste (Luiss University Press, pp. 184, euro 20) genesi ed effetti di quella che introduce come «la fine della classe media occidentale». Per Guilluy, l’attuale ondata populista rappresenta in questo senso solo la punta dell’iceberg di un risentimento diffuso presso la ex classe lavoratrice, privata di ruolo e «status» e marginalizzata perfino sul piano geografico lontano dai centri delle metropoli globali.

...continua a leggere "L’INQUIETA RICERCA DEL POPOLO PERDUTO"

FONTE: IL PONTE

Rivista di politica ed economia fondata da Piero Calamandrei 

 

Autore: Giancarlo Scarpari

Giugno 1925: Alfredo Rocco, intervenendo alla Camera dei deputati sulle vicende dell’ordine giudiziario, era stato chiaro: «La magistratura non deve fare politica di nessun genere. Non voglio che faccia politica governativa o fascista, ma esigo fermamente che non faccia politica antigovernativa o antifascista»; e in seguito avrebbe bollato i magistrati non allineati come appartenenti a una «insignificante minoranza di politicanti».

L’artefice dello Stato totalitario aveva colto il cuore del problema: non era necessario che i magistrati manifestassero apertamente il loro sostegno al governo fascista, bastava semplicemente che applicassero le nuove leggi, quella di Pubblica Sicurezza e i codici penali in particolare, varate al posto di quelle dello Stato liberale: il risultato, per il regime, sarebbe stato assicurato e, se qualcuno si fosse dimostrato incerto, il ministro lo avrebbe prontamente rimesso sulla retta via, inviando apposite circolari.

Così è stato e con quei magistrati funzionari si è proceduto per venti anni (e oltre).

Giugno 2019: il «governo del cambiamento» vara una serie di norme repressive in funzione antimigranti. Il ministro dell’Interno, che su quelle ha costruito il proprio consenso, si accorge che tre giudici, per giunta donne, hanno interpretato alcune norme in modo difforme dai suoi desiderata. Irritato, non contesta con argomenti il merito delle decisioni; indossa invece i panni del ministro della Giustizia – un’invasione di competenza già verificatasi in passato in ambiti diversi – raccoglie una serie di informazioni sulle magistrate interessate e le attacca pubblicamente.

Per cominciare, le giudica faziose, precisando subito che appartengano a una insignificante minoranza (le contrappone «al 99% dei giudici che lavorano obiettivamente»), poi le accusa di aver assunto «posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza (!) e difesa dei confini», quindi si rivolge all’«Avvocatura dello Stato [perché] valuti se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi», poiché gli stessi in precedenza avevano mantenuto «rapporti di collaborazione o vicinanza con riviste sensibili al tema degli stranieri o con gli avvocati dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione». Continuando nella sua recita mediatica, Salvini spiega poi, su Canale 5, che per lui era «doveroso segnalare quei pochissimi magistrati che utilizzano la toga per fare politica non applicando le leggi approvate dal parlamento».

Alcune considerazioni.

Si può innanzitutto osservare che la raccolta di informazioni sui giudici (a quali convegni pubblici partecipino, su quali riviste scrivano, ecc.) ordinata da un ministro era una prassi illiberale diffusa nel secolo scorso, sopravvissuta al regime fascista, utilizzata in seguito dal Sid e che ora inopinatamente riappare proprio a opera del governo del cambiamento.

Va poi sottolineato che non spetta a un ministro incompetente – tale è infatti quello dell’interno – minacciare gli autori di quelle sentenze di un’azione disciplinare per «mancata astensione», veicolando in tal modo un messaggio intimidatorio rivolto a tutti quei magistrati che intendono applicare la legge in coerenza con i principi della Costituzione.

Perché questo è il punto. Ed è grave dover ricordare al ministro e ai suoi modesti replicanti televisivi, che oggi in Italia, a differenza del 1925, oltre alle leggi ordinarie esiste una legge di grado superiore, la Carta del 1948; che le norme varate dal parlamento sono interpretate da giudici indipendenti, che non sono più, come allora, dei funzionari subordinati all’esecutivo; che la legge, per poter essere applicata, deve essere interpretata, se possibile, in modo conforme ai principi costituzionali di riferimento, mentre, in caso di contrasto, va ritenuta illegittima e la Corte, investita della relativa eccezione, può in ogni tempo espungerla dall’ordinamento.

Come si vede la politica non c’entra. In primo piano vi sono invece i principi cardine dello Stato di diritto, l’attualità della Costituzione, la divisione dei poteri, la separazione tra governo, parlamento e magistratura in un tempo in cui i giudici non sono più funzionari dipendenti. Principi che Salvini dimostra di ignorare e che evidentemente non stanno a cuore del ministro della Giustizia in carica, nell’occasione distratto e assente.

Si tratta dunque di questioni complesse e delicate, che investono i rapporti tra i poteri dello Stato e che non possono essere risolte a colpi di tweet, né possono essere liquidate con slogan e battute varie, nell’indifferenza generale. Come invece fa il «Corriere della sera» che, il 7 giugno, a tutta pagina, ha definito l’intera vicenda come una semplice «lite tra le magistrate e Salvini».

Una formula d’uso, questa, per confondere le acque, non prendere posizione, agevolare di fatto il manovratore. Nel solco, comunque, della tradizione dei liberali di casa nostra.

Un reportage approfondito, con molte interviste, racconta la storia di accoglienza di Riace e la vicenda del suo sindaco Domenico Lucano

(di Aureliana Sorrento, giornalista calabrese, berlinese dal 1999)

La trasmissione:  http://www.deutschlandfunkkultur.de/ein-integrationsmodell-wird-abgewickelt-riace-im-visier-der.3720.de.html?dram:article_id=446673

Riteniamo utile e importante segnalare questo libro uscito da poco tempo nelle librerie italiane.

"… Chiedersi se Matteo Salvini sia fascista non è solo un esercizio inutile, è un grave errore. Perché vuol dire cercare quello che non c’è.
Il fascismo è finito con Mussolini. Quella che non si è mai spenta è la fiamma culturale e ideologica che lo ha alimentato.Una minaccia per la democrazia italiana viene semmai dall’influenza che esercitano i postnazisti nell’entourage e nel partito del ministro dell’Interno. A svelare storia e retroscena di quest’influenza è ora Claudio Gatti, autore di questo podcast e del libro-inchiesta da cui è tratto, “I Demoni di Salvini: i postnazisti e la Lega”, ora in libreria per i caratteri di Chiarelettere…."

Il Blog di Claudio Gatti, autore del libro.

 

"La storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato, oppure la sua capacità di osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dall’incomprensione"[I sommersi e i salvati, 1986].

L'articolo:   http://www.leparoleelecose.it/?p=35850#more-35850

Fonte: http://leparoleelecose.it