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  1. Contro l’ossessione per il consenso di Matteo Pascoletti @matteoplatone matteo@valigiablu.it

FONTE VALIGIABLU.IT

La propaganda parla al bambino che è in noi, cerca di convincerlo attraverso la suggestione, i personaggi, le storie. Crea cornici (frame) che servono alla nostra mente per assimilare i concetti attraverso narrazioni e metafore – ricordate “Renzi il Rottamatore”? Chi fa informazione, in teoria, dovrebbe essere disincantato e scettico, maneggiare con cura questo tipo di linguaggio; non aderire ai suoi frame, piuttosto crearne di propri per svolgere al meglio la funzione di contropotere. Altrimenti contribuisce a diffondere la propaganda, vi aderisce quel tanto che basta per effettuare una precisa scelta, la stessa che richiedono le favole: la sospensione d’incredulità. Nelle favole gli animali parlano e noi scegliamo di crederci, entrando in un mondo di significati e simboli simile al nostro, ma non identico. Possiamo considerare una favola anche che negli anni ‘90 Silvio Berlusconi sia “sceso in campo” in un paese minacciato "dal pericolo comunista” per realizzare un “nuovo miracolo italiano”; miracolo possibile perché il fondatore di Forza Italia è un “unto dal Signore” cui manca solo il nostro voto. Abbiamo nell’ordine un eroe, un antagonista, un’impresa, un mandante (Dio) e un donatore (gli elettori).

Naturalmente chi votava Forza Italia negli anni ‘90 non sceglieva – si spera – di credere all’origine divina di Silvio Berlusconi, così come chi legge una favola non inizia a credere che gli animali parlino. Però leggere una favola è un atto circoscritto: prendiamo un libro o consultiamo un sito web, ci immergiamo in un mondo simbolico, e poi avviene una cesura – chiudiamo il libro, cambiamo sito. Mentre i frame scandiscono la cronaca politica, i talk-show, i lanci di notizie sui social media.

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 Appuntamento il  28 agosto 2019 a Berlino ore 16 al Gedenkstätte deutscher Widerstand, Stauffenbergstraße 13/14 per un incontro con l'autore Nicola Montenz, moderato da  Hans Coppi. L'iniziativa è sostenuta da VVN-BdA e da Anpi Berlino Brandeburgo. 

Il libro racconta la storia di Libertas Schulze-Boysen decapitata il 22 dicembre 1942 a 29 anni, per ordine di Hitler, insieme ad altre donne e uomini allo scopo di avviare lo smantellamento di un gruppo di resistenza, individuato con nome di <<Orchestra rossa>>. Ma esistette davvero o si trattò di un mito? Il libro cerca, attraverso la ricostruzione delle vite di Libertas e del marito Harro, di ricomporre e approfondire la verità sulla resistenza tedesca.  In appendice al libro il monologo "L'eterna primavera" ripercorre l'ultima ora di vita di Libertas.

L'autore Nicola Montenz, laureato in Letteratura greca e dottorato in Filologia classica, è diplomato in Organo e composizione organistica. Ha pubblicato altri libri sulla resistenza tedesca.

Nicola Montenz, L'eterna primavera. Libertas Schulze-Boysen e l'<<Orchestra rossa>>, Milano 2019 (Archinto Ed.)

Gedenkstätte Deutscher Widerstand, Berlin

FONTE ILMANIFESTO

Autore : Carlo Lania 

L'ex ministro: «Per l’art. 3 della Carta la dignità sociale va riconosciuta a tutti, cittadini e migranti. Il giorno in cui nel Mediterraneo morivano 150 persone, l’Italia vota l’inasprimento del decreto sicurezza. Attenti, così si dà forza alla cultura dell’odio»

«Ci sono tre esempi emblematici di soggetti che oggi in particolare vivono situazioni di diversità e discriminazione e verso i quali si scatena l’intolleranza: uno è l’ebreo, con l’antisemitismo che sta rinascendo pesantemente. L’altro è la donna, vittima di una cultura che prima la vuole in casa a pensare ai bambini e poi si trasforma in una subcultura del femminicidio quando afferma “non sei più mia e allora non sei di nessuno”. Infine c’è l’immigrato, il diverso per definizione. Non si può affrontare l’immigrazione dimenticando la pari dignità sociale di tutte le persone (cittadini e stranieri) perché si rischia di imboccare una strada nella quale la diversità è madre dell’intolleranza, e da questa può nascere l’odio. Penso che i due decreti immigrazione-sicurezza possano in un certo modo rappresentare passi in quella direzione, e il secondo – il quale persevera – preoccupa per questo quasi più del primo». Giovanni Maria Flick è stato presidente della Corte costituzionale e ministro della Giustizia nel primo governo Prodi.

Presidente cosa la preoccupa di più del secondo decreto sicurezza?

Non c’è nessun tipo di “ravvedimento operoso”, come viene chiamato dai penalisti, per quanto riguarda i migranti; anzi al contrario si rafforzano gli ostacoli al salvataggio in mare da parte delle organizzazioni non governative. La previsione di una sanzione amministrativa elevata e la possibilità di arresto in flagranza per il comandante della nave che non rispetta l’alt ordinato dalle autorità sono misure che lasciano perplessi. Lascia ancora più perplesso la circostanza che per il divieto di accesso, sosta e transito si parli di presunzione di violazione della legge sull’immigrazione e di clandestinità: si presuppone cioè una complicità delle Ong nel traffico di esseri umani, non si comprende su quali elementi perché quella complicità non è stata in alcun caso e in alcun modo provata. Sulla base di cosa si presuppone questo collegamento? La formula mi pare ambigua: chi, dove, quando, come e dove opera quella presupposizione?

Cade la presunzione di non colpevolezza.

Da un lato cade la presunzione di non colpevolezza, dall’altro mi sembra che ci sia una clamorosa violazione del principio dell’obbligo di salvataggio in mare riconosciuto internazionalmente e dal nostro ordinamento, oltre che imposto dalla solidarietà che è un cardine della nostra Costituzione. E arriviamo al nodo di fondo della questione: la impossibilità di utilizzare i migranti come strumenti per convincere gli altri membri dell’Unione europea alla ripartizione di quei migranti. C’è una vecchia regola, fondamentale, secondo cui una persona non può mai essere strumento ma sempre e soltanto un fine. ...continua a leggere "Flick: «Le Ong si criminalizzano senza prove. Salta l’obbligo al salvataggio in mare» L’allarme del presidente emerito della Corte Costituzionale."

di Irene Barichello

fonte Patriaindipendente 

 

 

Parla Francesco Filippi, autore del volume “Mussolini ha fatto anche cose buone”. “Qualcuno dice che il 25 aprile è divisivo: certo! Divide infatti la democrazia da ciò che democrazia non è, l’antifascismo dal fascismo”

Come e perché nasce questo libro?

Faccio parte di un’associazione che organizza viaggi di memoria che si chiama Deina e, nel costruire questi viaggi, ci troviamo spesso a confronto con il modo in cui i ragazzi apprendono, fruiscono e interpretano la storia: non lo fanno attraverso gli strumenti ritenuti “canonici” (libri e manuali di storia, per esempio), ma attraverso quello che è il grande canale di informazione di tutti noi, cioè il web e in particolare i social network. Noi di Deina, parlando con i tutor – ossia ragazzi che hanno partecipato al progetto e si offrono a loro volta per accompagnare altri coetanei in quell’esperienza, per esempio ad Auschwitz – abbiamo scoperto che le convinzioni, o comunque le notizie, che girano sul web circa il fascismo sono “sporcate” da una serie di bufale e invenzioni che raccontano una storia mai esistita. Quindi questo manuale nasce innanzitutto come una risposta veloce, una “cassetta degli attrezzi” ad uso soprattutto dei ragazzi per affrontare le bugie che circolano sul fascismo.

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A casa aveva materiale fascista e proiettili

E’ scattato all’alba il blitz della Digos di Torino che dalle 5 di questa mattina ha eseguito diverse perquisizioni nelle  sedi e in abitazioni private dei militanti di estrema destra di diversi gruppi torinesi. Tra i gruppi perquisiti c’è anche l’ultimo arrivato in città, la Legio Subalpinail cui leader torinese della Legio, Carlo Fabio D'Allio 28 anni, torinese, impiegato  in un'azienda privata che si occupa dello smistamento posta è stato arrestato.

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FONTE : WIRED.IT

AUTORE: SIMONE COSIMI

 

La pena corporale è ormai un evergreen della comunicazione politica leghista, e non solo: una retorica pericolosa, che fa del corpo del diverso un elemento sacrificale del consenso.
Sa di poterlo fare. Di colpire una minoranza fra le più devastate d’Europa. Ma il punto non è quello. Perché in questa Italia cattivista ciascuno di noi, a seconda delle proprie stagioni della vita, delle proprie fortune e sfortune o delle proprie scelte e condizioni, può trasformarsi in minoranza sotto attacco: donne, omosessuali, stranieri, avversari politici, disoccupati, meridionali, intellettuali, detenuti. Chiunque (con una certa prevalenza per gli obiettivi storicamente penalizzati).

Grazie a uscite come l’ultima, dedicata a una donna rom, Matteo Salvini – e con lui il tenore della comunicazione politica – ha spostato nel tempo il livello del dibattito sul piano punitivo corporale. “Questa maledetta ladra in carcere per trent’anni, messa in condizione di non avere più figli, e i suoi poveri bimbi dati in adozione a famiglie perbene. Punto” ha scritto lo scorso 18 giugno su Twitter rilanciando un articolo del Giornale che racconta la vicenda di Vasvija Husic, 33enne bosniaca e borseggiatrice seriale a quanto pare arrestata decine di volte, ma che finora ha evitato il carcere in virtù di una gravidanza in corso.>>>>

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Nella Premessa di Se questo è un uomo (Ed. 1958, Torino) , scrive Primo Levi:

"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che << ogni straniero è nemico >>. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo,  allora, al termine della catena, sta il Lager."

https://www.huffingtonpost.it/entry/a-new-york-omaggio-a-primo-levi-se-questo-e-un-uomo-letto-in-30-lingue_it_5d012fe5e4b0dc17ef030dd6?ncid

Riteniamo utile rendere disponibile questa intervista a Christophe Guilluy che rappresenta un punto di vista importante con il quale misurarsi. 

FONTE IL MANIFESTO 

di Guido Caldiron (da Il Manifesto del 26/5/19)

Intervista. Nel giorno del voto europeo, parla il sociologo francese Christophe Guilluy, autore del libro «La società non esiste» (Luiss University Press). «Nei miei lavori, ho introdotto la nozione di «insicurezza culturale» per dimostrare che, soprattutto in un ambiente popolare, non è tanto la relazione con l’«altro» che pone un problema quanto l’instabilità demografica che induce la paura di diventare minoranza e di perdere un capitale sociale e culturale cui si dà molta importanza»

Controverso protagonista del dibattito intellettuale e politico francese, dopo aver proposto, a partire da La France périphérique (Flammarion, 2015), la sua lettura della nuova geografia sociale dell’Occidente globalizzato, il sociologo Christophe Guilluy traccia in La società non esiste (Luiss University Press, pp. 184, euro 20) genesi ed effetti di quella che introduce come «la fine della classe media occidentale». Per Guilluy, l’attuale ondata populista rappresenta in questo senso solo la punta dell’iceberg di un risentimento diffuso presso la ex classe lavoratrice, privata di ruolo e «status» e marginalizzata perfino sul piano geografico lontano dai centri delle metropoli globali.

...continua a leggere "L’INQUIETA RICERCA DEL POPOLO PERDUTO"

FONTE: IL PONTE

Rivista di politica ed economia fondata da Piero Calamandrei 

 

Autore: Giancarlo Scarpari

Giugno 1925: Alfredo Rocco, intervenendo alla Camera dei deputati sulle vicende dell’ordine giudiziario, era stato chiaro: «La magistratura non deve fare politica di nessun genere. Non voglio che faccia politica governativa o fascista, ma esigo fermamente che non faccia politica antigovernativa o antifascista»; e in seguito avrebbe bollato i magistrati non allineati come appartenenti a una «insignificante minoranza di politicanti».

L’artefice dello Stato totalitario aveva colto il cuore del problema: non era necessario che i magistrati manifestassero apertamente il loro sostegno al governo fascista, bastava semplicemente che applicassero le nuove leggi, quella di Pubblica Sicurezza e i codici penali in particolare, varate al posto di quelle dello Stato liberale: il risultato, per il regime, sarebbe stato assicurato e, se qualcuno si fosse dimostrato incerto, il ministro lo avrebbe prontamente rimesso sulla retta via, inviando apposite circolari.

Così è stato e con quei magistrati funzionari si è proceduto per venti anni (e oltre).

Giugno 2019: il «governo del cambiamento» vara una serie di norme repressive in funzione antimigranti. Il ministro dell’Interno, che su quelle ha costruito il proprio consenso, si accorge che tre giudici, per giunta donne, hanno interpretato alcune norme in modo difforme dai suoi desiderata. Irritato, non contesta con argomenti il merito delle decisioni; indossa invece i panni del ministro della Giustizia – un’invasione di competenza già verificatasi in passato in ambiti diversi – raccoglie una serie di informazioni sulle magistrate interessate e le attacca pubblicamente.

Per cominciare, le giudica faziose, precisando subito che appartengano a una insignificante minoranza (le contrappone «al 99% dei giudici che lavorano obiettivamente»), poi le accusa di aver assunto «posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza (!) e difesa dei confini», quindi si rivolge all’«Avvocatura dello Stato [perché] valuti se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi», poiché gli stessi in precedenza avevano mantenuto «rapporti di collaborazione o vicinanza con riviste sensibili al tema degli stranieri o con gli avvocati dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione». Continuando nella sua recita mediatica, Salvini spiega poi, su Canale 5, che per lui era «doveroso segnalare quei pochissimi magistrati che utilizzano la toga per fare politica non applicando le leggi approvate dal parlamento».

Alcune considerazioni.

Si può innanzitutto osservare che la raccolta di informazioni sui giudici (a quali convegni pubblici partecipino, su quali riviste scrivano, ecc.) ordinata da un ministro era una prassi illiberale diffusa nel secolo scorso, sopravvissuta al regime fascista, utilizzata in seguito dal Sid e che ora inopinatamente riappare proprio a opera del governo del cambiamento.

Va poi sottolineato che non spetta a un ministro incompetente – tale è infatti quello dell’interno – minacciare gli autori di quelle sentenze di un’azione disciplinare per «mancata astensione», veicolando in tal modo un messaggio intimidatorio rivolto a tutti quei magistrati che intendono applicare la legge in coerenza con i principi della Costituzione.

Perché questo è il punto. Ed è grave dover ricordare al ministro e ai suoi modesti replicanti televisivi, che oggi in Italia, a differenza del 1925, oltre alle leggi ordinarie esiste una legge di grado superiore, la Carta del 1948; che le norme varate dal parlamento sono interpretate da giudici indipendenti, che non sono più, come allora, dei funzionari subordinati all’esecutivo; che la legge, per poter essere applicata, deve essere interpretata, se possibile, in modo conforme ai principi costituzionali di riferimento, mentre, in caso di contrasto, va ritenuta illegittima e la Corte, investita della relativa eccezione, può in ogni tempo espungerla dall’ordinamento.

Come si vede la politica non c’entra. In primo piano vi sono invece i principi cardine dello Stato di diritto, l’attualità della Costituzione, la divisione dei poteri, la separazione tra governo, parlamento e magistratura in un tempo in cui i giudici non sono più funzionari dipendenti. Principi che Salvini dimostra di ignorare e che evidentemente non stanno a cuore del ministro della Giustizia in carica, nell’occasione distratto e assente.

Si tratta dunque di questioni complesse e delicate, che investono i rapporti tra i poteri dello Stato e che non possono essere risolte a colpi di tweet, né possono essere liquidate con slogan e battute varie, nell’indifferenza generale. Come invece fa il «Corriere della sera» che, il 7 giugno, a tutta pagina, ha definito l’intera vicenda come una semplice «lite tra le magistrate e Salvini».

Una formula d’uso, questa, per confondere le acque, non prendere posizione, agevolare di fatto il manovratore. Nel solco, comunque, della tradizione dei liberali di casa nostra.

Un articolo interessante di approfondimento sulle sofferenze ed umiliazioni che la politica xenofoba e razzista sta facendo subire a tanti ragazze e ragazzi di colore adottati da famiglie italiane sempre più oggetto di atti di bullismo, offese e insulti. Nell'articolo si segnala una ricerca su questo tema di Stefania Lorenzini, docente di pedagogia interculturale all’Università di Bologna.

Il Ku Klux Klan di casa nostra
di Gavino Macciocco

I bersagli del Salvinismo sono i neri e i rom, e nei loro confronti si applicano i metodi classici del Ku Klux Klan. Il Salvinismo ha in comune con il KKK anche la blasfemia. Per questo Famiglia Cristiana non esita a definire quello di Salvini un “sovranismo feticista”, l’ennesimo esempio di strumentalizzazione religiosa per giustificare la violazione sistematica dei diritti umani.

FONTE : SALUTEINTERNAZIONALE.INFO
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