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 Appuntamento il  28 agosto 2019 a Berlino ore 16 al Gedenkstätte deutscher Widerstand, Stauffenbergstraße 13/14 per un incontro con l'autore Nicola Montenz, moderato da  Hans Coppi. L'iniziativa è sostenuta da VVN-BdA e da Anpi Berlino Brandeburgo. 

Il libro racconta la storia di Libertas Schulze-Boysen decapitata il 22 dicembre 1942 a 29 anni, per ordine di Hitler, insieme ad altre donne e uomini allo scopo di avviare lo smantellamento di un gruppo di resistenza, individuato con nome di <<Orchestra rossa>>. Ma esistette davvero o si trattò di un mito? Il libro cerca, attraverso la ricostruzione delle vite di Libertas e del marito Harro, di ricomporre e approfondire la verità sulla resistenza tedesca.  In appendice al libro il monologo "L'eterna primavera" ripercorre l'ultima ora di vita di Libertas.

L'autore Nicola Montenz, laureato in Letteratura greca e dottorato in Filologia classica, è diplomato in Organo e composizione organistica. Ha pubblicato altri libri sulla resistenza tedesca.

Nicola Montenz, L'eterna primavera. Libertas Schulze-Boysen e l'<<Orchestra rossa>>, Milano 2019 (Archinto Ed.)

Gedenkstätte Deutscher Widerstand, Berlin

Articolo di Nadia Urbinati

Pubblicato su Strisciarossa.it

 

L’Enciclopedia Treccani ci dà questa definizione di “stato di diritto”:
“Forma di Stato di matrice liberale, in cui viene perseguito il fine di controllare e limitare il potere statuale attraverso la posizione di norme giuridiche generali e astratte. L’esercizio arbitrario del potere viene contrastato con una progressiva regolazione dell’organizzazione e del funzionamento dei pubblici poteri, che ha come scopo sia la «diffusione» sia la «differenziazione» del potere, rispettivamente, attraverso istituti normativi (unicità e individualità del soggetto giuridico; eguaglianza giuridica dei soggetti individuali; certezza del diritto; riconoscimento costituzionale dei diritti soggettivi) e modalità istituzionali (delimitazione dell’ambito di esercizio del potere politico e di applicazione del diritto; separazione tra istituzioni legislative e amministrative; primato del potere legislativo, principio di legalità e riserva di legislazione; subordinazione del potere legislativo al rispetto dei diritti soggettivi costituzionalmente definiti; autonomia del potere giudiziario), comunemente considerati come parti integranti della nozione di Stato di diritto”. (Leggi qui la definizione completa)

Chi governa sta sotto la legge e non sopra

Nei paesi anglosassoni l’espressione è forse meglio resa: lo stato di diritto si chiama “the rule of law” – è la legge che governa; i governanti stanno “sotto” non sopra la legge e non la deturpano a loro piacere o secondo le loro convenienze di partito, di maggioranza o di audience. Il governo Lega-5stelle è parzialmente fuori dello stato di diritto, in violazione del governo della legge. Lo è non tanto per le esternazioni e i comportamente dei ministri – la dimensione della pubblicità li fa essere burattini e burattinai di un circo equestre: al mare a fare bacetti con la fidanzata o in spaggia a torso nudo genuflessi ad adorare la venere sotto un bichini (Salvini ama mostrarsi a torso nudo come Mussolini). Ma non è questa la dimensione da considerare quando vogliamo vedere in atto la violazione dello stato di diritto. ...continua a leggere "Attenti al decreto sicurezza bis Salvini e Di Maio uniti nella lotta vogliono demolire lo stato di diritto"

 

 

DI OIZA Q. OBASUYI

9 LUGLIO 2019

FONTE THEVISION.COM

All’Università degli studi di Palermo è stato presentato a luglio il progetto Pass accademico delle qualifiche dei rifugiati, strumento che permette ricostruire le qualifiche e il percorso di studi di chi è in possesso della protezione, anche nei casi di documentazione frammentaria o del tutto assente. L’iniziativa è stata promossa dal Coordinamento nazionale sulla valutazione delle qualifiche dei rifugiati (Cnvqr), istituzione che fa a sua volta parte di un progetto internazionale a cui aderiscono Armenia, Canada, Francia, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Norvegia e Regno Unito, con l’obiettivo di valutare i titoli di studio dei rifugiati.
L’attuale dibattito sui migranti si riduce a un pro o contro privo di basi solide per costruire un dialogo costruttivo sull’attuale “crisi migratoria”. A chi sostiene che la chiusura totale dei porti e i respingimenti in mare siano l’unica soluzione, si contrappone chi porta avanti un ragionamento basato sulle parole “accoglienza” e “salvare” e su esortazioni come “restiamo umani”. Spesso si finisce per parlare dei migranti come di semplici numeri o, nei casi peggiori, come di pacchi da rimbalzare da uno Stato a un altro. L’iniziativa dell’ateneo di Palermo ha dimostrato che esiste un modo diverso per parlare di queste persone, mettendo al centro le loro voci. Spesso ci dimentichiamo che i migranti hanno una vita, aspirazioni, formazione e un’identità e non sono solo i detenuti di un campo in Libia e i naufraghi di una barcone in mezzo al Mediterraneo. Nella nostra narrazione finiscono per diventare esclusivamente parassiti o “cuccioli” da salvare, con tutto il paternalismo che ne deriva e l’assenza di una visione che li descriva come nostri pari.

>>>>>>  L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE >>> THEVISION.COM

Nella Premessa di Se questo è un uomo (Ed. 1958, Torino) , scrive Primo Levi:

"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che << ogni straniero è nemico >>. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo,  allora, al termine della catena, sta il Lager."

https://www.huffingtonpost.it/entry/a-new-york-omaggio-a-primo-levi-se-questo-e-un-uomo-letto-in-30-lingue_it_5d012fe5e4b0dc17ef030dd6?ncid

FONTE: IL PONTE

Rivista di politica ed economia fondata da Piero Calamandrei 

 

Autore: Giancarlo Scarpari

Giugno 1925: Alfredo Rocco, intervenendo alla Camera dei deputati sulle vicende dell’ordine giudiziario, era stato chiaro: «La magistratura non deve fare politica di nessun genere. Non voglio che faccia politica governativa o fascista, ma esigo fermamente che non faccia politica antigovernativa o antifascista»; e in seguito avrebbe bollato i magistrati non allineati come appartenenti a una «insignificante minoranza di politicanti».

L’artefice dello Stato totalitario aveva colto il cuore del problema: non era necessario che i magistrati manifestassero apertamente il loro sostegno al governo fascista, bastava semplicemente che applicassero le nuove leggi, quella di Pubblica Sicurezza e i codici penali in particolare, varate al posto di quelle dello Stato liberale: il risultato, per il regime, sarebbe stato assicurato e, se qualcuno si fosse dimostrato incerto, il ministro lo avrebbe prontamente rimesso sulla retta via, inviando apposite circolari.

Così è stato e con quei magistrati funzionari si è proceduto per venti anni (e oltre).

Giugno 2019: il «governo del cambiamento» vara una serie di norme repressive in funzione antimigranti. Il ministro dell’Interno, che su quelle ha costruito il proprio consenso, si accorge che tre giudici, per giunta donne, hanno interpretato alcune norme in modo difforme dai suoi desiderata. Irritato, non contesta con argomenti il merito delle decisioni; indossa invece i panni del ministro della Giustizia – un’invasione di competenza già verificatasi in passato in ambiti diversi – raccoglie una serie di informazioni sulle magistrate interessate e le attacca pubblicamente.

Per cominciare, le giudica faziose, precisando subito che appartengano a una insignificante minoranza (le contrappone «al 99% dei giudici che lavorano obiettivamente»), poi le accusa di aver assunto «posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza (!) e difesa dei confini», quindi si rivolge all’«Avvocatura dello Stato [perché] valuti se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi», poiché gli stessi in precedenza avevano mantenuto «rapporti di collaborazione o vicinanza con riviste sensibili al tema degli stranieri o con gli avvocati dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione». Continuando nella sua recita mediatica, Salvini spiega poi, su Canale 5, che per lui era «doveroso segnalare quei pochissimi magistrati che utilizzano la toga per fare politica non applicando le leggi approvate dal parlamento».

Alcune considerazioni.

Si può innanzitutto osservare che la raccolta di informazioni sui giudici (a quali convegni pubblici partecipino, su quali riviste scrivano, ecc.) ordinata da un ministro era una prassi illiberale diffusa nel secolo scorso, sopravvissuta al regime fascista, utilizzata in seguito dal Sid e che ora inopinatamente riappare proprio a opera del governo del cambiamento.

Va poi sottolineato che non spetta a un ministro incompetente – tale è infatti quello dell’interno – minacciare gli autori di quelle sentenze di un’azione disciplinare per «mancata astensione», veicolando in tal modo un messaggio intimidatorio rivolto a tutti quei magistrati che intendono applicare la legge in coerenza con i principi della Costituzione.

Perché questo è il punto. Ed è grave dover ricordare al ministro e ai suoi modesti replicanti televisivi, che oggi in Italia, a differenza del 1925, oltre alle leggi ordinarie esiste una legge di grado superiore, la Carta del 1948; che le norme varate dal parlamento sono interpretate da giudici indipendenti, che non sono più, come allora, dei funzionari subordinati all’esecutivo; che la legge, per poter essere applicata, deve essere interpretata, se possibile, in modo conforme ai principi costituzionali di riferimento, mentre, in caso di contrasto, va ritenuta illegittima e la Corte, investita della relativa eccezione, può in ogni tempo espungerla dall’ordinamento.

Come si vede la politica non c’entra. In primo piano vi sono invece i principi cardine dello Stato di diritto, l’attualità della Costituzione, la divisione dei poteri, la separazione tra governo, parlamento e magistratura in un tempo in cui i giudici non sono più funzionari dipendenti. Principi che Salvini dimostra di ignorare e che evidentemente non stanno a cuore del ministro della Giustizia in carica, nell’occasione distratto e assente.

Si tratta dunque di questioni complesse e delicate, che investono i rapporti tra i poteri dello Stato e che non possono essere risolte a colpi di tweet, né possono essere liquidate con slogan e battute varie, nell’indifferenza generale. Come invece fa il «Corriere della sera» che, il 7 giugno, a tutta pagina, ha definito l’intera vicenda come una semplice «lite tra le magistrate e Salvini».

Una formula d’uso, questa, per confondere le acque, non prendere posizione, agevolare di fatto il manovratore. Nel solco, comunque, della tradizione dei liberali di casa nostra.

Riteniamo utile e importante segnalare questo libro uscito da poco tempo nelle librerie italiane.

"… Chiedersi se Matteo Salvini sia fascista non è solo un esercizio inutile, è un grave errore. Perché vuol dire cercare quello che non c’è.
Il fascismo è finito con Mussolini. Quella che non si è mai spenta è la fiamma culturale e ideologica che lo ha alimentato.Una minaccia per la democrazia italiana viene semmai dall’influenza che esercitano i postnazisti nell’entourage e nel partito del ministro dell’Interno. A svelare storia e retroscena di quest’influenza è ora Claudio Gatti, autore di questo podcast e del libro-inchiesta da cui è tratto, “I Demoni di Salvini: i postnazisti e la Lega”, ora in libreria per i caratteri di Chiarelettere…."

Il Blog di Claudio Gatti, autore del libro.