Vai al contenuto

Riace, Lucano in tribunale: “Rifarei tutto”

Fonte Repubblica.it

 

L'ex sindaco è a processo insieme a 25 collaboratori, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e irregolarità di gestione nel modello del paese. Nella dichiarazione spontanea afferma: "Mi si accusa di aver accolto donne e bambini, cosa che per lungo tempo era gradita al Viminale e alla prefettura"

di ALESSIA CANDITO

“Se quello di cui mi si accusa è di aver dato casa a disperati e agli ultimi del mondo, io lo rifarei”. Parla per la prima volta di fronte al Tribunale che lo dovrà giudicare Mimmo Lucano. Portato a processo insieme a 25 collaboratori dal pm Michele Permunian della procura di Locri, convinto che dietro il “modello Riace” si nasconda un’associazione criminale, l’ex sindaco del borgo della Locride non ha voluto attendere il momento del suo esame. Non ce l’ha fatta. Da mesi, spera e chiede di avere la possibilità di raccontare la sua verità ad un giudice terzo, di raccontare Riace per come è stata costruita e vissuta. E oggi, accogliendo la richiesta dei legali di Lucano, il collegio presieduto da Fulvio Accurso glielo ha concesso.

Oltre 70 minuti di monologo, una ricostruzione lucida, accorata, mai astiosa nei confronti della procura, ma schietta. Nell’aula del tribunale di Locri in cui si celebra il processo che lo vede imputato, Mimmo Lucano ha raccontato la sua verità.
È partito da lontano, da quel veliero carico di rifugiati curdi arrivati sulla spiaggia di Riace che ha fatto nascere l’idea di accoglienza come soluzione ai problemi di tutti, di chi cerca casa e di chi vive un territorio che si spopola. “Un percorso dettato da un ideale politico - specifica Lucano -senza alcuna premeditazione”. All’inizio, ricorda, “ci ha aiutato solo la Croce Rossa”. L’idea di recuperare le case abbandonate del borgo “è stata naturale, logica”. Così come quella di dare una mano a chi avesse bisogno, “una questione di umanità”.

Nel tempo però quel modello – e Lucano ne è cosciente – quella “soluzione normale” è diventata un modello internazionale perché “il messaggio che abbiamo trasmesso al mondo è stato di umanità e una soluzione concreta alla grande questione dell’immigrazione, senza far nascere odi, senza far nascere rancori”.

E quella strada – ricorda Lucano - per lungo tempo è stata gradita al Viminale e al suo ufficio territoriale, la prefettura. “Quando c’erano gli sbarchi e bisogna trovare una soluzione anche per donne e bambini, proprio perché a Riace c’era un sistema organizzato, anche con case a disposizione, erano loro a chiedermi di accogliere” ci tiene a sottolineare l’ex sindaco. “Io ho assecondato le loro richieste perché quella gente aveva bisogno. Ho detto sempre sì, anche perché vedevo che Riace stava crescendo. Anche esteticamente, diventava più bella, più viva”. All'epoca, dice con un sorriso amaro, "una delle funzionarie della prefettura di Reggio mi chiamava addirittura ‘San Lucano’. E adesso vengo accusato per quello che mi è stato chiesto dalla prefettura e dal ministero dell’Interno?”.

E su quelle contestazioni che gli vengono mosse, Lucano ne ha da dire. L’ex sindaco rivendica tutto quello che ha fatto, la correttezza del suo operato, ma soprattutto – ci tiene a sottolineare “quello che c'è stato a Riace non è mai stato dettato dall’interesse, è sempre stata solo una missione politica e umana”. Nel borgo in quegli anni – racconta in aula – “ho visto persone con i segni delle torture, persone che venivano dall’esilio, vittime di un mondo ingiusto. È facile dire “mandali via” quando sono numeri sulla carta, ma quando hai i bambini a scuola, come fai a chiuderla?”.

E si indigna e quasi si commuove Lucano quando ricorda Becky Moses, 26enne nigeriana cui era stata negata la richiesta d'asilo e per questo andata via da Riace. "È morta bruciata nel ghetto di San Ferdinando, dove si viveva senza luce, senza acqua, dove per scaldarsi si può solo accendere un fuoco. Accanto al suo corpo hanno trovato una carta d’identità firmata da me e io sono fiero di averlo fatto" tuona l'ex sindaco. Lucano non ce l’ha con la procura. “Se credono che io abbia commesso dei reati è giusto che mi processino. Ma io – dice convinto - per aiutare gli ultimi rifarei tutto”.