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di Irene Barichello

fonte Patriaindipendente 

 

 

Parla Francesco Filippi, autore del volume “Mussolini ha fatto anche cose buone”. “Qualcuno dice che il 25 aprile è divisivo: certo! Divide infatti la democrazia da ciò che democrazia non è, l’antifascismo dal fascismo”

Come e perché nasce questo libro?

Faccio parte di un’associazione che organizza viaggi di memoria che si chiama Deina e, nel costruire questi viaggi, ci troviamo spesso a confronto con il modo in cui i ragazzi apprendono, fruiscono e interpretano la storia: non lo fanno attraverso gli strumenti ritenuti “canonici” (libri e manuali di storia, per esempio), ma attraverso quello che è il grande canale di informazione di tutti noi, cioè il web e in particolare i social network. Noi di Deina, parlando con i tutor – ossia ragazzi che hanno partecipato al progetto e si offrono a loro volta per accompagnare altri coetanei in quell’esperienza, per esempio ad Auschwitz – abbiamo scoperto che le convinzioni, o comunque le notizie, che girano sul web circa il fascismo sono “sporcate” da una serie di bufale e invenzioni che raccontano una storia mai esistita. Quindi questo manuale nasce innanzitutto come una risposta veloce, una “cassetta degli attrezzi” ad uso soprattutto dei ragazzi per affrontare le bugie che circolano sul fascismo.

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Riteniamo utile socializzare questo articolo che offre un punto di vista interessante  per leggere il fenomeno del populismo italiano (redazione) 

Fonte : La Rivista il Mulino online che ringraziamo 

Nella letteratura specialistica la spiegazione più accreditata del successo populista è quella economicista. E chiama in causa i modernisation losers, o i left behind. I quali, per una prima variante, non sono in grado di adattarsi, per loro carenze culturali, al cambiamento imposto dallo sviluppo tecnologico. Che ha preteso un radicale aggiornamento del capitalismo, in ragione del quale gli individui devono mobilitare le loro capacità personali e smetterla di contare sulle dispendiose sicurezze offerte dallo Stato. Stando a una seconda lettura, losers sono vittime dell’evoluzione, spietata, del capitalismo. Vuoi incapaci, vuoi vittime, i losers, provenienti dalle classi popolari e dal ceto medio, si volgerebbero comunque ai populisti: nella prima ipotesi confermando la loro inferiorità culturale e morale; nella seconda solo per vendetta, comprensibile in chi non disponga di altre possibilità di autodifesa. Conferma questa seconda ipotesi il fatto che talvolta l’ascesa populista è stata frenata dall’ingresso in scena di nuove forze politiche più coerenti con quelle a cui gli elettori erano abituati: Podemos in Spagna, la France Insoumise oltralpe, i Verdi in Germania. ...continua a leggere "I rigurgiti reazionari che non sappiamo combattere"

Como. Per il podestà fascista Airoldi la mozione al Comune di Erba. Alla proposta della destra per «meriti culturali» rispondono Anpi, sinistra e sindacati: lunedì presidio

Autore  : Roberto Maggioni
MILANO

FONTE IL MANIFESTO EDIZIONE DEL 13.07.2019

Negli anni Novanta, quando giocava alla secessione, la Lega era solita sostituire i nomi delle vie che avevano riferimenti nazionali con quelli leghisti. Il più classico era la sostituzione di via Roma con via Padania o via Lega Lombarda.

Lo fecero anche a Erba, nel comasco, dove oggi la Lega «non più Nord», insieme a Forza Italia e liste civiche del sindaco, vorrebbe intitolare una via a un podestà fascista che collaborò con i nazisti e partecipò alla Repubblica Sociale Italiana: Alberto Airoldi. Tutto parte da un appello ospitato a inizio luglio dal quotidiano locale La Provincia dove l’autore, lo scenografo Ezio Frigerio, propone di intitolare una via al podestà fascista. Il motivo è culturale: Alberto Airoldi ha contribuito a fondare nel 1923 il teatro Licinium di Erba, ha animato la rivista Brianza e si è affermato come poeta brianzolo.

...continua a leggere "Segnalò ebrei e aderì a Salò: i leghisti gli dedicano una via"

Fonte Repubblica.it

 

L'ex sindaco è a processo insieme a 25 collaboratori, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e irregolarità di gestione nel modello del paese. Nella dichiarazione spontanea afferma: "Mi si accusa di aver accolto donne e bambini, cosa che per lungo tempo era gradita al Viminale e alla prefettura"

di ALESSIA CANDITO

“Se quello di cui mi si accusa è di aver dato casa a disperati e agli ultimi del mondo, io lo rifarei”. Parla per la prima volta di fronte al Tribunale che lo dovrà giudicare Mimmo Lucano. Portato a processo insieme a 25 collaboratori dal pm Michele Permunian della procura di Locri, convinto che dietro il “modello Riace” si nasconda un’associazione criminale, l’ex sindaco del borgo della Locride non ha voluto attendere il momento del suo esame. Non ce l’ha fatta. Da mesi, spera e chiede di avere la possibilità di raccontare la sua verità ad un giudice terzo, di raccontare Riace per come è stata costruita e vissuta. E oggi, accogliendo la richiesta dei legali di Lucano, il collegio presieduto da Fulvio Accurso glielo ha concesso.

Oltre 70 minuti di monologo, una ricostruzione lucida, accorata, mai astiosa nei confronti della procura, ma schietta. Nell’aula del tribunale di Locri in cui si celebra il processo che lo vede imputato, Mimmo Lucano ha raccontato la sua verità.
È partito da lontano, da quel veliero carico di rifugiati curdi arrivati sulla spiaggia di Riace che ha fatto nascere l’idea di accoglienza come soluzione ai problemi di tutti, di chi cerca casa e di chi vive un territorio che si spopola. “Un percorso dettato da un ideale politico - specifica Lucano -senza alcuna premeditazione”. All’inizio, ricorda, “ci ha aiutato solo la Croce Rossa”. L’idea di recuperare le case abbandonate del borgo “è stata naturale, logica”. Così come quella di dare una mano a chi avesse bisogno, “una questione di umanità”.

Nel tempo però quel modello – e Lucano ne è cosciente – quella “soluzione normale” è diventata un modello internazionale perché “il messaggio che abbiamo trasmesso al mondo è stato di umanità e una soluzione concreta alla grande questione dell’immigrazione, senza far nascere odi, senza far nascere rancori”.

E quella strada – ricorda Lucano - per lungo tempo è stata gradita al Viminale e al suo ufficio territoriale, la prefettura. “Quando c’erano gli sbarchi e bisogna trovare una soluzione anche per donne e bambini, proprio perché a Riace c’era un sistema organizzato, anche con case a disposizione, erano loro a chiedermi di accogliere” ci tiene a sottolineare l’ex sindaco. “Io ho assecondato le loro richieste perché quella gente aveva bisogno. Ho detto sempre sì, anche perché vedevo che Riace stava crescendo. Anche esteticamente, diventava più bella, più viva”. All'epoca, dice con un sorriso amaro, "una delle funzionarie della prefettura di Reggio mi chiamava addirittura ‘San Lucano’. E adesso vengo accusato per quello che mi è stato chiesto dalla prefettura e dal ministero dell’Interno?”.

E su quelle contestazioni che gli vengono mosse, Lucano ne ha da dire. L’ex sindaco rivendica tutto quello che ha fatto, la correttezza del suo operato, ma soprattutto – ci tiene a sottolineare “quello che c'è stato a Riace non è mai stato dettato dall’interesse, è sempre stata solo una missione politica e umana”. Nel borgo in quegli anni – racconta in aula – “ho visto persone con i segni delle torture, persone che venivano dall’esilio, vittime di un mondo ingiusto. È facile dire “mandali via” quando sono numeri sulla carta, ma quando hai i bambini a scuola, come fai a chiuderla?”.

E si indigna e quasi si commuove Lucano quando ricorda Becky Moses, 26enne nigeriana cui era stata negata la richiesta d'asilo e per questo andata via da Riace. "È morta bruciata nel ghetto di San Ferdinando, dove si viveva senza luce, senza acqua, dove per scaldarsi si può solo accendere un fuoco. Accanto al suo corpo hanno trovato una carta d’identità firmata da me e io sono fiero di averlo fatto" tuona l'ex sindaco. Lucano non ce l’ha con la procura. “Se credono che io abbia commesso dei reati è giusto che mi processino. Ma io – dice convinto - per aiutare gli ultimi rifarei tutto”.

 

 

 

 

 

 

FONTE REPUBBLICA.IT

 

"Ci vorrebbe in Italia un bel colpo di Stato militare per ridare ordine e disciplina". Le rivelazioni del sito The Vision nel quale si riferisce di minacce di morte e torture contro i migranti in un gruppo 'chiuso' di militari. Il vertice della finanza denuncia il fatto in procura: il sito è gestito da un finanziere in congedo dal 1996. Il ministro Tria condivide la linea di severità e fermezza adottata dal vertice gdf. Interrogazione a Tria del Pd

Un gruppo chiuso su Facebook di appartenenti alla Guardia di Finanza ed ex finanzieri pubblica minacce di morte, frasi sessiste e razziste nei confronti dei volontari delle Ong e dei parlamentari che sono saliti sulla Sea-Watch 3. I partiti del centro sinistra insorgono e chiedono in interrogazioni al ministro dell'Economia Giovanni Tria di prendere provvedimenti. Il vertice della guardia di finanza ha avviato gli accertamenti, ha denunciato il fatto in procura e ha chiarito che non si tratta del sito ufficiale del Corpo, ma di una pagina chiusa gestita da un finanziere "in congedo dal 1996".

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DI OIZA Q. OBASUYI

9 LUGLIO 2019

FONTE THEVISION.COM

All’Università degli studi di Palermo è stato presentato a luglio il progetto Pass accademico delle qualifiche dei rifugiati, strumento che permette ricostruire le qualifiche e il percorso di studi di chi è in possesso della protezione, anche nei casi di documentazione frammentaria o del tutto assente. L’iniziativa è stata promossa dal Coordinamento nazionale sulla valutazione delle qualifiche dei rifugiati (Cnvqr), istituzione che fa a sua volta parte di un progetto internazionale a cui aderiscono Armenia, Canada, Francia, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Norvegia e Regno Unito, con l’obiettivo di valutare i titoli di studio dei rifugiati.
L’attuale dibattito sui migranti si riduce a un pro o contro privo di basi solide per costruire un dialogo costruttivo sull’attuale “crisi migratoria”. A chi sostiene che la chiusura totale dei porti e i respingimenti in mare siano l’unica soluzione, si contrappone chi porta avanti un ragionamento basato sulle parole “accoglienza” e “salvare” e su esortazioni come “restiamo umani”. Spesso si finisce per parlare dei migranti come di semplici numeri o, nei casi peggiori, come di pacchi da rimbalzare da uno Stato a un altro. L’iniziativa dell’ateneo di Palermo ha dimostrato che esiste un modo diverso per parlare di queste persone, mettendo al centro le loro voci. Spesso ci dimentichiamo che i migranti hanno una vita, aspirazioni, formazione e un’identità e non sono solo i detenuti di un campo in Libia e i naufraghi di una barcone in mezzo al Mediterraneo. Nella nostra narrazione finiscono per diventare esclusivamente parassiti o “cuccioli” da salvare, con tutto il paternalismo che ne deriva e l’assenza di una visione che li descriva come nostri pari.

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A casa aveva materiale fascista e proiettili

E’ scattato all’alba il blitz della Digos di Torino che dalle 5 di questa mattina ha eseguito diverse perquisizioni nelle  sedi e in abitazioni private dei militanti di estrema destra di diversi gruppi torinesi. Tra i gruppi perquisiti c’è anche l’ultimo arrivato in città, la Legio Subalpinail cui leader torinese della Legio, Carlo Fabio D'Allio 28 anni, torinese, impiegato  in un'azienda privata che si occupa dello smistamento posta è stato arrestato.

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Fonte : PatriaIndipendente 

Giovanni Maria Flick: “Erano semplici riunioni per discutere su chi poteva essere più adatto per un determinato ruolo, una determinata procura? Bene, allora perché non farle in modo trasparente, invitando tutti?”, “Alcuni esponenti della magistratura, hanno offerto sul piatto d’argento argomenti a favore di chi vuole normalizzare e castrare la magistratura”

«Mi riesce davvero difficile credere che quelli che vengono spacciati come “momenti di libera espressione delle idee” si svolgessero la notte e negli alberghi», dice Giovanni Maria Flick, di fronte ad alcuni passaggi della memoria difensiva di Luca Palamara, il pm coinvolto nell’inchiesta di Perugia che ha terremotato il Consiglio superiore della magistratura. L’ex ministro della Giustizia e già presidente emerito della Consulta si rifà alla saggezza popolare: «Mia nonna diceva che chi ha la coscienza sporca si nasconde. Vorrei sbagliare ma è evidente che non si possono far passare incontri oscuri come dibattiti alla luce del sole». 

Professor Flick, ogni giorno che passa il quadro che emerge dall’affaire Csm si fa sempre più complicato e più torbido. Nella memoria difensiva Palamara sostiene di essere stato parte di un sistema e dei difetti di questo sistema di cui non può, dice, assumersi tutte le responsabilità. Come legge questo passaggio? Che cosa sta dicendo, che messaggio sta dando e a chi?

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FONTE DIRE.IT  CHE RINGRAZIAMO 

“Vorrei da armatore fare un appello alle associazioni come Confitarma e Assarmatori, alle cooperative di pesca, a coloro che lavorano in mare", dice Metz

ROMA – “Come armatore del veliero Alex mi è stata notificata la sanzione amministrativa perché ha soccorso persone. È uno degli aspetti più odiosi del nuovo decreto sicurezza, perché ha come obiettivo chiaro quello di mandare un messaggio ai naviganti: se trovate qualcuno in mare, lasciatelo morire. Non salvatelo. Ed è un messaggio che non serve alle Ong”. Lo afferma Alessandro Metz, armatore sociale di Mediterranea Saving Humans.

“È ovvio infatti – prosegue- che per chi opera a difesa dei diritti umani e del diritto internazionale, non sarà una multa, per quanto salatissima, a far indietreggiare: se una vita vale qualcosa, è certamente di più di qualsiasi somma di denaro. Il messaggio è invece per quelli che in mare ci lavorano, ci vivono, per gli armatori di compagnie di navigazione, per capitani di pescherecci, per la gente di mare. Quella straordinaria gente che ha salvato, in questi anni, decine di migliaia di vite senza riflettori puntati, e solo perché chi va in mare sa cos’è il mare. Sa come ci si comporta in mare, sa che ci si deve aiutare uno con l’altro”, conclude.

“Vorrei da armatore fare un appello alle associazioni come ConfitarmaAssarmatori, alle cooperative di pesca, a coloro che lavorano in mare: bisogna dare un segnale forte contro questa norma, che mette in pericolo tutte le vite in mare, non solo quelle dei migranti. Se passa il messaggio che in mare bisogna voltarsi dall’altra parte, – conclude Metz – può toccare a ognuno di noi la prossima volta, di chiedere aiuto e di non essere ascoltati.”